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“Pena di morte: è solo una?, tra attualità e tirannia dei principi” è stato il tema trattato  nell’aula magna della Accademia dei Filopatridi di Savignano, dall’accademico d’onore avvocato Mario Ascheri, ordinario di storia del diritto medievale e moderno, docente presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università degli Studi Roma Tre. Dopo l’introduzione curata dal presidente Roberto Valducci, il relatore ha parlato della pena di morte che nel dopoguerra, nel vecchio Continente Europeo, è diventata solo un ricordo, mentre in tanti paesi del modo globale è prevista e applicata con frequenza e con rigore, a volte anche per reati considerati gravi, ma certamente così usuali da non colpire la gente più di tanto. In Cina ad esempio c’è la pena di morte per corruzione e concussione, evasione fiscale, frode e speculazione. Nel 2007 in Cina è avvenuto l’80% delle pene di morte che ci sono state nel mondo intero e circa cinquemila persone sono state private della vita tramite fucilazione e iniezione letale. Negli Stati Uniti, sempre nel 2007, sono state 42 le esecuzioni. Ha detto l’avvocato Mario Ascheri: <La domanda che ci interessa in questa sede è perché nel nostro Paese, come del resto negli stessi Stati Uniti e negli altri paesi della vecchia Europa Occidentale, l’opinione pubblica sia tanto sensibile a questi tragici eventi. Perché, ad esempio, non si parla con la stessa drammaticità dei bambini che quotidianamente muoiono di fame in qualche angolo del nostro mondo? Dell’aborto legalizzato che produce omicidi verso vittime indifese; del milione di persone massacrate a colpi di machete in Ruanda; di quanto è avvenuto e continua ad avvenire nel Caucaso, nel Darfur e nello Zimbawe. Perché questi eccidi non fanno notizia e il condannato a morte sì? Perchè la disuguaglianza ci perseguita anche nella morte?>.  e. p.